La sfida dell’educatore: gli strumenti della resistenza non violenta e della nuova autorità

Da 20 anni educatrice e da 10 responsabile di una comunità residenziale per minori in uscita da percorsi di vita traumatici, l’anno scorso Frida Luison ha frequentato il corso di Riflessi curato da Haim Omer, che ha presentato la sua “Nuova Autorità”, una nuova metodologia di lavoro per gestire i comportamenti a rischio e violenti in famiglia, nelle comunità, nelle istituzioni.

Le abbiamo chiesto un contributo per contestualizzare detta metodologia nel suo quotidiano contesto di cura. Ci ha raccontato di un percorso, di nuovi strumenti e inediti approcci per risolvere criticità antiche almeno quanto la sua professione.

Alla ricerca
di una nuova autorità

Il mio primo contatto diretto con il Professor Omer si è svolto nel 2019, in occasione del seminario su “La Nuova Autorità” organizzato da Cooperativa Paradigma, Fondazione Paideia e l’Associazione Il Melo. Ebbi modo quel giorno di interagire con lui sul palco e di porgli qualche domanda relativa a come, in comunità, già stessimo cercando di tradurre operativamente alcuni dei concetti più significativi da lui proposti nell’omonimo libro.

Entrare in contatto diretto con Omer – e con l’équipe di Riflessi Formazione – mi diede modo di fruire di lì a poco della sua supervisione diretta nel caso di un’adolescente problematica ospitata in comunità. Era una ragazzina verbalmente molto aggressiva e maltrattante, perennemente chiusa nella sua stanza dalla quale respingeva chiunque. E così anche quando usciva: non ci diceva dove andava, con chi, quando sarebbe tornata. La sua supervisione calzava a pennello. Abbiamo iniziato ad applicare i nuovi strumenti proposti da Omer: ci ha fornito consigli dettagliati e azioni concrete immediatamente applicabili: avevamo bisogno di vincere quel senso di impotenza tipico di queste situazioni, quando tutto sembra inefficace e rischi di pensare che non ci sia nulla da fare.

L’efficacia dell’intervento di supervisione fu evidente. Mettendo in atto alcuni di quei suggerimenti innescammo un miglioramento della situazione tangibile e insperato. Scelta naturale fu quella di approfondire il modello nel corso organizzato pochi mesi dopo: se la supervisione forniva una guida subito applicabile e tarata su quel caso specifico, il corso ci avrebbe permesso di interpretare quei principi e padroneggiare detti strumenti per poterli calare in situazione nei casi più diversi.

Un modello concreto
e due elementi di forza

Elemento chiave del modello appreso è sicuramente il concetto di autocontrollo, laddove per innescare il cambiare nell’altro, l’adulto deve prima di tutto sviluppare una maggiore forma di controllo su se stesso. Sei tu per primo a dove fare qualcosa: devi controllare le tue reazioni, disabituarti all’agito d’impulso, respirare l’attesa, imparare a “battere il ferro finché è freddo”. Un cambio di paradigma che stravolge modi di dire, pensare e agire. Sembra banale, ma quanto è difficile per noi educatori capire che una situazione di conflitto in ebolizzione può essere lasciata raffreddare qualche minuto prima di intervenire? Non viene naturale.

Altro principio fondamentale nel modello è la forza del gruppo. Oggi in comunità parliamo con i ragazzi con il NOI. Abbiamo imparato a uscire dalla dimensione dell’individio per entrare in quella del collettivo che cura. Un collettivo che non coinvolge solo la mia équipe più ristretta di operatori della Comunità, ma anche le persone più significative per il ragazzo, i genitori, gli insegnanti, l’allenatore di calcio, l’animatore del centro estivo, una rete di supporto (supporters) allargata, composta da tante persone importanti a cui chiedere supporto.

Serve più tempo
servono meno parole 

Prima di implementare in équipe il modello della Nuova Autorità, il nostro approccio cercava di cambiare determinati atteggiamenti del ragazzo grazie a importanti discorsi sul bene e sul male, su cosa fosse accettabile e cosa invece aveva superato i limiti. A volte bastava, ma nelle situazioni più compromesse la sensazione era che tanti discorsi trovassero poco terreno fertile. Omer ci ha insegnato a lavorare sulla dilatazione del tempo e per sottrazione delle parole. Servono meno parole, ed è importante che l’entità pronunciante sia quella rete di persone attorno al ragazzo che si fa di fronte a lui soggetto plurale.

Penso allo strumento detto “Annuncio”. Nato in realtà per i genitori, è applicabilissimo anche nei contesti di comunità come il nostro. Trattasi di una lettera scritta dall’intera equipé e letta in gruppo al ragazzo, nella quale poste le ovvie premesse affettive gli si fa presente il verificarsi di situazioni spiacevoli che hanno generato un clima sfavorevole per tutti. Ribaditogli in modo chiaro e diretto che i suoi educatori non tollereranno più i suddetti comportamenti, gli si comunica il desiderio di farsi aiutare da tutte le persone che gli vogliono bene. “Così non va. Ma ti vogliamo bene e crediamo in te. Tutti”.

Arrivo quindi alle “scuse”, all’atto riparativo richiesto al ragazzo. Non le classiche scuse formali, ma un gesto pensato frutto di un processo. L’esempio che porto è quello di una torta preparata da un ragazzino in comunità, che ha raccontato al gruppo di averla preparata pentito per il ripetuto comportamento violento nei confronti della casa e di alcuni oggetti. Sapeva di aver creato un momento spiecevole e si scusava. Non servivano scuse punitive o umilianti bensì un ritorno, un pentimento collaborativo e inclusivo: è stato un collega ad aiutarlo a scegliere la ricetta, a preparare la torta e a organizzare la presentazione ai compagni.

Oggi c’è il gruppo

Nuovi strumenti nel mio cassetto degli attrezzi di operatrice sociale. Non vi è di certo fra loro la bacchetta magica, nessuna panacea e soluzione immediata a tutti i mali, c’è invece un lungo lavoro dietro, scandito da alti, bassi e periodi in cui è bene allentare le maglie e valutare l’andamento dalla situazione. Ciò che sento essere maturata è tuttavia l’idea del percorso che ci troviamo a percorrere: la convinzione che ci siano sono tante azioni fa fare, nessuna risolutiva al 100%, ma che tante azioni insieme e tante persone insieme possono fare la differenza.

È il collettivo a sgravarti dal senso di solitudine, impotenza, scoramento. Il collettivo all’interno della comunità, dove l’approccio di équipe si è rafforzato, e dove non sei più da solo ad affrontare il caso di quel ragazzino che ce l’ha solo con te, mentre si comporta bene con gli altri. Oggi lo si affronta comunque in gruppo. E c’è poi collettivo fuori dalla comunità, la rete di supporters. Non è più un dialogo o una diatriba personale: l’operatore diventa protagonista di un processo di cui conosce la direzione e nel quale dispone di consapevolezze, risorse e di tutto l’aiuto di cui necessita.

Frida Luison
Cooperativa Sociale Paradigma Onlus

Criteri e metodologie d’intervento per la tutela dei minorenni nelle separazioni gravemente conflittuali

Dal 7 all’11 giugno scorsi si è svolto a Milano il Congresso Europeo ISPCAN organizzato insieme a CISMAI e Università degli Studi di Milano-Bicocca sul tema del maltrattamento e abuso all’infanzia in tutte le sue forme.


La dott.ssa Monica Micheli, già vice presidente del CISMAI, ha presentato il Documento “Criteri e metodologie d’intervento per la tutela dei minorenni nelle separazioni gravemente conflittuali”, frutto del lavoro recente di un’apposita Commissione Scientifica dell’associazione.

Il documento è liberamente scaricabile sul sito del Cismai (nella sezione “Linee di indirizzo”) e si compone di sei punti: definizione, differenza tra conflitto e violenza, contesto giudiziario, lavoro di presa in carico e cura, bambini che rifiutano di vedere un genitore e prevenzione.

Criteri e parametri

Il focus dell’elaborato è  posto su quelle situazioni di separazione “gravemente conflittuali” che, “cronicizzandosi nel tempo” con “drammatici contenziosi giuridici”, mettono a rischio i normali processi di sviluppo dei figli coinvolti. Situazioni che vanno attentamente differenziate da quelle in cui è presente violenza, che richiedono modalità di intervento completamente diverse.

  • QUATTRO SONO I PARAMETRI i parametri diagnostici individuati dalla Commissione: intensità, durata, rigidità e impermeabilità agli interventi clinici e sociali;
  • DUE I CRITERI prognostici di gravità: la capacità degli adulti di riflettere sui propri comportamenti anziché concentrarsi costantemente sui comportamenti dell’altro e la capacità di vedere il disagio dei figli.

L’alta conflittualità
come indicatore

Un primo passo per poter intervenire in queste situazioni è pensare all’alta conflittualità come un indicatore, un sintomo di altro, per esempio dell’impossibilità di separarsi. L’effetto paradossale del conflitto è infatti il mantenimento del legame e  si può quindi ipotizzare che queste coppie vivano all’interno di un processo di lutto bloccato nella fase della protesta, dove la rabbia sarebbe funzionale a non accedere alla sofferenza e al non poter lasciar andare l’altro, accettando che il legame si sciolga.

In quest’ottica, l’intervento clinico deve guadagnarsi un maggiore spazio rispetto all’intervento giudiziario. Il tribunale diventa infatti spesso il palcoscenico principale del conflitto col rischio che proprio intorno alle diverse azioni giudiziarie il conflitto invece si cristallizzi in un’escalation difficile da arrestare.

Multidisciplinarità
dell’intervento

Il lavoro clinico di intervento deve essere multidisciplinare: sociale, educativo e psicologico; il rischio in queste situazioni è però che anche gli operatori si schierino, riproducendo il gioco di alleanze della coppia. La rete deve imparare a riconoscere questa dinamica e a entrare in una logica collaborativa anziché competitiva.

L’intervento di cura deve essere diretto ai figli e ai genitori, e per quanto riguarda i figli va effettuata un’attenta valutazione dei loro danni e delle modalità adattative utilizzate, con l’obiettivo di rafforzare le loro risorse e minimizzare i danni.

Una delle possibili modalità adattative dei bambini è il rifiuto di vedere un genitore. Il rifiuto va sempre ascoltato e approfondito e può essere espressione dell’alleanza con il genitore percepito come più fragile, o esprimere la disperazione del non avere accesso a entrambi, ma a volte può anche essere una difesa verso un genitore più sintonizzato sui propri bisogni che su quelli del figlio, che sentendosi “non visto” tende ad allontanarsi.

Un’attenta opera
di costruzione di senso

In queste situazioni, è importante porsi molte domande: quali sono le condizioni perché un figlio sceglie un genitore e non l’altro? quali sono i comportamenti di entrambi i genitori che favoriscono questo schieramento? quali sono le emozioni prevalenti e come si può riattivare questa relazione tra  genitore e figlio? gli spazi protetti bastano per questa riattivazione? Nessuna situazione è uguale all’altra ed in ognuna bisogna lavorare a un’attenta opera di costruzione di senso.

Rispetto alla coppia genitoriale, gli obiettivi del trattamento sono quelli di portare il sistema a una maggiore flessibilità, ampliare la collaborazione anziché la competizione, favorire la ripresa del processo di lutto e creare  connessioni trigenerazionali tra le proprie difficoltà attuali e le pregresse esperienze infantili; l’obiettivo ultimo del trattamento, sia pure molto ambizioso, è poter accedere al positivo dell’altro. Un aspetto particolarmente importante per i figli, perché si alleggeriscano delle proiezioni negative che ogni genitore sposta su di loro, delle parti inaccettabili del partner.

Per riuscirsi la dimensione clinica deve salvaguardare la sua specificità e non appiattirsi sulla dimensione giudiziaria, in una dimensione che privilegi la cura e non la sanzione.

Prevenzione

L’ultimo punto del documento è quello della prevenzione, ossia il trovare dei modi in cui si possa diffondere una reale cultura della bigenitorialità, non più ridotta alla divisione esatta a metà del tempo da passare insieme al figlio, ma basata invece sul diritto di ogni figlio a mantenere una relazione significativa con entrambi i genitori, indipendentemente dalle vicende coniugali che la coppia attraversa.

L’intervento della Dott.ssa Micheli, vivamente apprezzato dalla platea internazionale presente, è stato infine arricchito dalla proiezione di spezzoni di film sul tema, fra cui segnaliamo in particolare “Storia di un matrimonio” con i bravissimi Adam Driver e Scarlett Johansson e “Nessuno si salva da solo” di Sergio Castellitto.

Il metodo nel processo d’aiuto del servizio sociale – Roberto Mazza

Pisa University Press, 2021

CONSIGLI DI LETTURA

Il testo prende come riferimento teorico il paradigma della complessità e vuole essere una introduzione alla metodologia delle relazioni d’aiuto nei confronti di utenti portatori di bisogni complessi e multipli, sociali e bio-psico-sociali: disfunzionalità familiari, dipendenze, nuove povertà, trascuratezza minorile, genitori con patologie psichiatriche, anziani in difficoltà, separazioni disperanti (appesantite dal disagio socioeconomico). Attraverso brevi storie emblematiche trattate nei servizi pubblici l’autore costruisce un piccolo manuale destinato ai futuri operatori sociali e psicosociali, per prepararli ad affrontare con strumenti concettuali adeguati i nuovi scenari istituzionali e le sfide assistenziali del futuro. Il libro si sviluppa in una dimensione diacronica e affronta la richiesta d’aiuto degli utenti, e più in generale la domanda sociale, e il processo d’aiuto che ne consegue, attraverso tappe che riguardano l’origine del bisogno e le fasi metodologiche che ne delineano l’intervento.

L’autore

Roberto Mazza, è stato docente dal 1987 nella Scuola Superiore di Servizio Sociale dell’Università degli Studi di Pisa. Oggi insegna Metodologia nel corso Laurea in Servizio Sociale (Dipartimento di Scienze Politiche).Molti dei lavori di ricerca sono confluiti in pubblicazioni scientifiche tra cui: Introduzione al servizio sociale, Laterza, Roma-Bari, 1996; Terapie Imperfette, il lavoro psicosociale nei servizi pubblici Raffaello Cortina, Milano 2016, Le ipotesi in psicoterapia e nella vita, Armando, Roma, 2020.
il-metodo-nelle-relazioni-daiuto-del-servizio-sociale-575864

Seconda Indagine Nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia

Sono 401.766 i bambini e ragazzi presi in carico dai servizi sociali in Italia, 77.493 dei quali vittime di maltrattamento. Questi i pesanti dati che emergono dalle pagine della seconda Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia, condotta da Terre des Hommes e CISMAI, per l’AGIA.

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Finalmente l’Italia dispone di una fotografia nuova sulla dimensione della violenza sui bambini. La survey presentata da Terre des Hommes e CISMAI, per l’AGIA riporta dati riferiti al 2018 e costituisce la fonte più aggiornata sulla dimensione epidemiologica del maltrattamento sui minorenni nel nostro Paese.

Per una porzione dei comuni interessati dalla ricerca (117 su 196) è stato oltretutto possibile effettuare un vero e proprio monitoraggio, primo e unico caso ad oggi per l’Italia, da cui emerge un aumento del fenomeno. I dati ritraggono una realtà drammatica con cui istituzioni e policy maker, nonché la comunità tutta, devono confrontarsi, adottando un approccio critico che parta dal riconoscimento dell’importanza dei dati oggettivi ed istituzionali nella definizione di politiche di prevenzione.

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IL DOSSIER QUI

L’indagine, realizzata tra luglio 2019 e marzo 2020, su dati del 2018, si conferma un’esperienza robusta e significativa dal punto di vista statistico: ha infatti coperto un bacino effettivo di 2,1 milioni di minorenni residenti nei 196 Comuni italiani coinvolti e selezionati dall’ISTAT.

La forma di maltrattamento principale è rappresentata dalla patologia delle cure (incuria, discuria e ipercura) di cui è vittima il 40,7% dei minorenni in carico ai Servizi Sociali, seguita dalla violenza assistita (32,4%). Il 14,1% dei minorenni è invece vittima di maltrattamento psicologico, mentre il maltrattamento fisi­co è registrato nel 9,6% dei casi e l’abuso sessuale nel 3,5% .

Se ad essere seguiti dai Servizi Sociali, in generale, sono più i maschi, bambine e ragazze sono invece più frequentemente in carico per maltrattamento (sono 201 su 1000, rispetto a 186 maschi). Anche gli stranieri lo sono di più rispetto agli italiani: ogni 1000 bambini vittime di maltrattamento 7 sono italiani, 23 stranieri.

Questa seconda Indagine ha modificato, ampliandola, la griglia di raccolta dati utilizzata in passato, consentendo di esplorare nuovi aspetti del fenomeno; sappiamo così che i minorenni vittime di maltrattamento multiplo sono il 40,7% e nel 91,4% dei casi il maltrattante afferisce per lo più alla sfera familiare (genitori, parenti stretti, amici dei genitori, ecc.).

Quanto alla fonte della segnalazione del maltrattamento, per la maggior parte dei casi, è l’autorità giudiziaria ad attivarsi in tal senso (42,6%). Seguono agli ultimi posti ospedali e pediatri.

L’intervento dei servizi sociali risulta più frequente al Nord che al Sud e nel 65,6% dei casi ha una durata maggiore di 2 anni.  Di fronte a queste segnalazioni i principali interventi adottati dai Comuni sono l’assistenza economica e l’assistenza domiciliare (rispettivamente per il 28,4% e 23,9% dei casi, ossia un totale del 52,3% dei casi), a cui si ricorre molto di più rispetto all’allontanamento del minore dal nucleo famigliare (in totale il collocamento in comunità e l’affido famigliare si attestano sul 35%).

Grande novità introdotta dall’Indagine è la possibilità di comparare i dati relativi al maltrattamento sui bambini e gli adolescenti su un campione di 117 comuni che avevano preso parte anche alla rilevazione del 2015 (dati 2013). I dati raccolti raccontano un aumento del fenomeno sotto ogni profilo: cresce infatti sia il numero dei minorenni in carico ai Servizi in generale, sia di quelli in carico per maltrattamento. Parliamo di un +3,6% di bambini e ragazzi in carico ai servizi sociali in generale e di un + 14,8% di bambini e ragazzi in carico perché maltrattati.

LE RACCOMANDAZIONI

L’indagine, dettata dalla necessità di allineare l’Italia agli altri Paesi e rispondere alle raccomanda­zioni internazionali e alle sollecitazioni del Comitato ONU per i diritti dell’Infanzia, dimostra che anche nel nostro Paese è possibile realizzare una raccolta dati sul maltrattamento significativa in termini quantitativi e qua­litativi e un monitoraggio sull’andamento del fenomeno.

I rappresentanti delle Istituzioni e i policy maker hanno il dovere di confrontarsi con il fenomeno della violenza sui minori e assumersi la responsabilità di affrontare il problema in maniera sistematica e prioritaria.

Terre des Hommes e CISMAI si rivolgono al Governo italiano affinché si faccia carico dell’istituzione di un sistema informativo nazionale permanente di raccolta dati sul maltrattamento e promozione di banche dati sul fenomeno.

L’Indagine costituisce una proposta concreta affinché anche il nostro Paese possa adottare politiche efficaci contro la violenza in danno di bambini e bambine, a cominciare dalla messa in atto di adeguati strumenti conoscitivi e di azioni di prevenzione di un fenomeno che insiste in modo preoccupante su tutto il territorio.  Le due organizzazioni ricordano che esiste già uno strumento istituzionale che potrebbe rispondere a questo obiettivo, ossia il Casellario dell’Assistenza che, con minimi adeguamenti, potrebbe svolgere una puntuale e permanente rilevazione del fenomeno.

Il dossier completo QUI

* comunicato, immagini e dossier tratti da https://cismai.it

La Video Interaction Guidance per sostenere le famiglie fragili

Migliorare la comunicazione e la relazione interpersonale attraverso la Video Interaction Guidance, un intervento guidato da un professionista che, grazie all’utilizzo di riprese video di situazioni reali, rende evidenti le relazioni tra i soggetti ripresi.

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Negli ultimi decenni la consapevolezza che lavorare con i genitori per analizzare le difficoltà del bambino e insieme a loro elaborare strategie trasformative-migliorative, sia lo snodo principale per prevenire in maniera efficace il mal-trattamento all’infanzia, inteso anche come povertà educativa, si è ormai diffusa tra gli addetti ai lavori e non solo. Il malessere di un bambino o di un adolescente non può prescindere dal contesto ambientale e dalla quantità-qualità delle interazioni che avvengono al suo interno.

Aiutare un genitore a “vedersi” nella relazione con il proprio bambino si rivela molto utile nel superare quel “mismatch” (letteralmente “mancata corrispondenza”) che sempre si manifesta nelle famiglie vulnerabili e che, da adulti, si scopre essere la causa di un disagio-svantaggio conclamato. Le strategie di video-feedback sono uno strumento molto interessante nel rendere evidente quel cortocircuito nella relazione che la rende un’esperienza sfavorevole.

Enrico Quarello, psicologo-psicoterapeuta, membro dell’equipe formativa di Riflessi Formazione, ne ha parlato in un’intervista pubblicata sul blog di LEGAMI NUTRIENTI, il progetto selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo contrasto alla povertà educativa minorile di cui Riflessi è partner.

Che cosa è la Video Interaction Guidance?

La VIG – Video Interaction Guidance, “Guida all’interazione attraverso il video” – è un intervento di consulenza che ha l’obiettivo di aiutare le persone a migliorare le proprie relazioni personali significative. Si basa sul presupposto che le evoluzioni positive si realizzino più efficacemente in un contesto di coinvolgimento attivo, di supporto e di valorizzazione dei punti di forza delle persone.

(fonte https://adhdrichmond.org)

 Basi teoriche della VIG

 La VIG si basa sulle teorie dell’attaccamento, dell’intersoggettività (sviluppare, condividere, comprendere), dell’apprendimento mediato, della mentalizzazione e della psicologia positiva. Nata in Olanda negli anni ’80, a partire dal lavoro pionieristico di Colwyn Trevarthen, è stata trasformata in «modello codificato» dalla associazione AvigUK nel Regno Unito.

I contesti in cui è applicabile

La VIG viene principalmente utilizzata come strumento/metodologia per sostenere e implementare la genitorialità. Può essere in ogni caso utilizzata nelle situazioni in cui si desidera migliorare le proprie interazioni e la propria comunicazione con altri significativi, e in tutte le professioni in cui un’interazione efficace e sintonizzata è di fondamentale importanza. Quando la si applica in ambito professionale  per riflettere sulla comunicazione con le persone prese in carico (è infatti utile anche per psicologi, educatori, assistenti sociali e altre professioni di aiuto) si chiama VERP: Pratica Riflessiva Facilitata dal Video (Video Enhanced Reflective Practice).

L’esperienza concreta con la VIG e la sua efficacia

Personalmente l’ho applicata in percorsi di recupero della genitorialità fragile ma anche pregiudizievole (genitori con minori allontanati dal nucleo famigliare) e in percorsi di sostegno alla genitorialità rivolti ad affidatari e adottivi. Nelle persone prese in carico, grazie alla peculiarità della VIG di puntare su punti di forza e risorse, si osserva un veloce e netto abbassamento delle “difese psicologiche” del genitore, problematica che spesso rallenta o impedisce di promuovere percorsi di cambiamento.

Negli operatori, invece, produce un netto miglioramento nella loro capacità di calibrarsi sui bisogni del paziente e sul loro stile relazionale. Le due cose messe insieme permettono di attivare, a volte in modo inaspettato rispetto a tentativi precedentemente realizzati, una riflessione realistica sulla genitorialità delle persone seguite nei servizi territoriali e promuovere evoluzioni positive. Il tutto in un clima collaborativo e costruttivo.

 Le possibili criticità

Si tratta di un metodo in apparenza semplice, ma che in realtà è piuttosto rigoroso rispetto alla sua applicazione. Per poterlo maneggiare in modo sufficientemente disinvolto ed efficace è necessario formarsi e “allenarsi” per un certo di tempo. Inoltre, aspetto di fondamentale importanza, va integrato all’interno delle proprie competenze professionali e adattato al proprio stile relazionale.


* intervista tratta da percorsiconibambini.it/legamin

Le Ipotesi in Psicoterapia e nella Vita – Roberto Mazza, Gianni Cambiaso

Le Ipotesi in Psicoterapia e nella Vita – Roberto Mazza, Gianni Cambiaso

Armando Editore, 2021

Le ipotesi in psicoterapia e nella vita

CONSIGLI DI LETTURA

“Le ipotesi in psicoterapia e nella vita” è una tappa della collaborazione, sul piano teorico e su quello clinico, dei due
autori, dopo “Tra intrapsichico e trigenerazionale” (2018). Questa volta, Cambiaso e Mazza si sono cimentati con un nuovo complesso tema: l’abilità umana di formulare ipotesi, senza mai definirle in modo assoluto. Attività che attraversa costantemente sia la pratica psicoterapeutica sia le nostre esistenze.

Il volume, di recente pubblicazione da Armando Editore, spazia nella letteratura, nell’arte, nel cinema, nella vita di tutti i giorni, nell’idea che ogni aspetto di ciò che osserviamo possa contenere un frammento leggero di qualcosa di più grande, in un gioco di forme che si riproducono con strutture indipendenti dal loro contesto. È un approccio teorico e clinico improntato alla flessibilità e alla apertura: l’ipotesi come pensiero critico, come mobile e dinamico accompagnamento alla relazione terapeutica e alla comprensione del mondo.

Gli autori

Gianni Cambiaso e Roberto Mazza, psicologi e psicoterapeuti con doppia formazione sistemica e psicoanalitica, sono amici e colleghi da 30 anni,  attualmente didatti della Scuola di Psicoterapia Mara Selvini Palazzoli di Milano.

Un premio per le migliori tesi di laurea e dottorato intitolato ad ANNA COSTANZA BALDRY

Un premio per le migliori tesi di laurea e dottorato intitolato ad ANNA COSTANZA BALDRY

Un’iniziativa di CISMAI e Terre des Hommes in onore della psicologa e criminologa scomparsa nel 2019.

Il Coordinamento Italiano dei Servizi contro l’abuso e il maltrattamento all’Infanzia – CISMAI, Terre des Hommes, con il patrocinio dell’Agenzia Nazionale Giovani (ANG), lanciano oggi il bando della I edizione del Premio di Laurea e di Dottorato “Anna Costanza Baldry”, psicologa e criminologa, scomparsa prematuramente nel 2019.

Quattro i riconoscimenti in palio: due per tesi di laurea, due per tesi di dottorato. Saranno premiati i migliori lavori di ricerca in tema di maltrattamento e abuso all’infanzia su aspetti quali i fattori di rischio e di protezione, progetti di prevenzione, servizi innovativi, ricerca di base.  

Il fenomeno del maltrattamento e della violenza sui bambini, infatti, rimane largamente sommerso avvenendo in gran parte all’interno della famiglia. Eppure, l’indagine nazionale condotta da CISMAI e Terre des Hommes ci ricorda come siano ben 100.000 i bambini vittime di maltrattamento in Italia. L’iniziativa intende stimolare il mondo universitario affinché inserisca stabilmente nei suoi piani di studio insegnamenti e corsi sul vasto e composito problema del maltrattamento all’infanzia, anche nella prospettiva di individuare nuovi strumenti, e strategie da mettere in atto per un contrasto efficace alla violenza sui minori e alla terapia del trauma.

Il premio è intitolato alla memoria della professoressa Anna Costanza Baldry, che ha dedicato la sua vita alla tutela delle donne e dei bambini vittime di violenza e, in particolare, degli “orfani speciali”, attraverso la ricerca, la formazione, i programmi di prevenzione. Psicologa e criminologa, ricercatrice in Psicologia Sociale, professoressa ordinaria dell’ insegnamento di Psicologia Giuridica e Investigativa del Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, per il suo impegno e la dedizione su questi temi è stata insignita nel 2015 del titolo di Ufficiale di Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

“Le indagini e le ricerche epidemiologiche svolte a livello internazionale e, in particolare, in Italia evidenziano l’efficacia della formazione dei professionisti sulla capacità di riconoscere e segnalare il maltrattamento agito sui bambini e nel contrastare i “fattori di rischio”. Dichiara Giovanni Visci, presidente CISMAI “Con il Premio ‘Anna Costanza Baldry’ il CISMAI intende valorizzare il ruolo specificatamente formativo del mondo accademico in questo processo, stimolando nel contempo l’interesse di laureandi, specializzandi e dottorandi a rivolgere la loro attenzione ai bambini in condizioni di disagio e a proporre con uno sguardo ed un linguaggio “nuovo” interventi, progetti e strategie originali.”

“Lo studio, l’analisi e la sensibilizzazione sul fenomeno della violenza sui minori è da sempre una priorità per Terre des Hommes e il lavoro svolto in questi anni, in stretta collaborazione con CISMAI e ANG, ci conferma che il maltrattamento all’infanzia è un fenomeno che rimane ancora troppo sottotraccia e che necessita di quanti più strumenti possibili per poterlo riconoscere, prevenire e contrastare.” Afferma Federica Giannotta, Responsabile Advocacy e Progetti Italia di Terre des HommesIl premio Anna Costanza Baldry è senza dubbio un passo avanti innovativo in questa direzione; questo riconoscimento apporterà contributi preziosi alla ricerca universitaria sulla violenza a bambini e ragazzi e offrirà un’ interessante finestra  sulle nuove metodologie e servizi innovativi per il contrasto di questi fenomeni.”

Il bando è aperto ad autrici e autori che hanno prodotto tesi di laurea specialistica e di dottorato in Psicologia, Scienze dell’Educazione, Scienze della Formazione Primaria, Medicina e Specialità, Scienze Motorie, Scienze della Comunicazione, Sociologia, Giurisprudenza, Scienze del Servizio Sociale ed equipollenti, che abbiano discusso il loro elaborato tra settembre 2020 e novembre 2021, con una votazione finale non inferiore a 106/110 (per la tesi di laurea) e accompagnate da una lettera di presentazione del supervisore della tesi (per la tesi di dottorato). I lavori premiati si aggiudicheranno rispettivamente un premio di 500€ per le tesi di laurea e 1500€ per le tesi di dottorato.

Per partecipare al Premio è necessario inviare tutta la documentazione richiesta a: premiobaldry@cismai.it entro e non oltre le ore 24.00 del giorno 30 novembre 2021.

Tutte le informazioni, il regolamento e la documentazione richiesta sono disponibili sui siti web di CISMAI, Terre des Homme e dell’ANG.

* immagine di copertina e comunicato tratti da https://cismai.it/

Il Progetto Legami Nutrienti

Il Progetto Legami Nutrienti

Riflessi Formazione è partner di “Legami Nutrienti”, un progetto selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo contrasto alla povertà educativa minorile.

Il Progetto poggia sulla centralità di Legami Nutrienti per prevenire la povertà educativa, intesa come fragilità che se non contrastata rischia di trasformarsi in disagio conclamato e permanente. Intende rispondere ai bisogni, dai primi mille giorni di vita fino ai 10 anni, connessi alle condizioni di vulnerabilità personale, familiare e sociale che interferiscono con un buon percorso di crescita, offrendovi una risposta integrata pubblico/privato in termini di sostegno, accompagnamento e mutuo aiuto.

RIFLESSI partecipa come promotore dell’utilizzo della VIG – Video Interaction Guidance nei percorsi di sostegno alla genitorialità, attraverso una proposta formativa, di consulenza e supervisione che accompagnerà le operatrici impegnate nelle diverse azioni nella sperimentazione di questo approccio. Ne abbiamo parlato con Marianna Giordano, assistente sociale e referente del progetto per L’Orsa Maggiore Cooperativa sociale, capofila di un raggruppamento con 16 soggetti pubblici e del Terzo settore.

Come nata l’idea di Legami Nutrienti?

Il Progetto è nato dal convincimento centrato sugli studi e sulle esperienze della centralità di Legami Nutrienti per sostenere i genitori – soprattutto quelli più vulnerabili per le loro infanzie infelici – nell’esercizio della loro funzione e prevenire il multiforme mal-trattamento sui bambini.

A quali bisogni intende rispondere il progetto?

Intende rispondere a quei bisogni connessi alle condizioni di vulnerabilità personale, familiare e sociale che interferiscono con un buon percorso di crescita, offrendo ai bambini e ai genitori un “nutrimento” in termini di sostegno psicologico, sociale, educativo, sanitario, relazionale e promuovendo un sistema di intervento integrato pubblico/terzo settore che possa mettere a punto dispositivi efficaci in questa linea. In questo momento, pur nella fatica legata all’emergenza sanitaria in corso, il progetto si sta avviando.

Quali nodi critici si stanno proponendo e quali risorse state mettendo in campo per affrontarli?

I nodi critici principali sono ascrivibili alla difficoltà di intercettazione e coinvolgimento precoce dei nuclei attraverso i servizi sanitari (Ospedali, Unità Operative Materno Infantili, Pediatri di famiglia) che sono prioritariamente e con grande dedizione impegnati nel contenimento dell’emergenza sanitaria. Ciò ha impedito finora di attivare quel dispositivo di Antenna che permettesse il coinvolgimento dei nuclei familiari fin dalla fine della gravidanza, al momento della nascita o in occasione delle prime visite pediatriche e dei vaccini. Tuttavia, in considerazione del protrarsi della pandemia si è riflettuto nel partenariato e con Impresa Con I Bambini sulla possibilità di attivare altre Antenne attraverso i servizi sociali territoriali, con un’attenzione particolare al focus della prevenzione, della consensualità e del protagonismo. In questo modo, attraverso l’ingaggio con i servizi sociali territoriali, sono partiti da gennaio i primi interventi che comunque coinvolgono l’area sanitaria nella progettualità.

Vicinanza e relazione si pongono dunque al cuore della proposta…

Sì, il core del Progetto è rappresentato dalla prossimità e dalla relazionalità, dall’offrire legami nutrienti alle famiglie, in particolare ai genitori, perché possano generare e implementare legami nutrienti. Sul piano organizzativo si caratterizza per la flessibilità nella progettazione familiare che permette insieme ai genitori di definire i problemi, gli obiettivi e le modalità di lavoro, “combinando” intervento domiciliare, accompagnamento sul territorio, terapia psicologica e gruppi di sostegno.

Quali parti del progetto ritieni particolarmente innovative e interessanti?

Sono innovativi l’uso dell’home visiting che nel nostro Paese non è ancora messo a sistema come pratica di promozione e sostegno della genitorialità attraverso un intervento domiciliare centrato sulla relazione ed il supporto; l’applicazione della VIG, un intervento guidato da un professionista all’interno di un contesto relazionale che, attraverso le riprese video di interazioni, rende evidenti le relazioni positive e gli effetti delle stesse, l’utilizzo dell’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) nelle terpaie psicologiche, un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma che si focalizza sul ricordo dell’esperienza utilizzando i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra.

Concludiamo: ti chiediamo un’immagine, una metafora, che rappresenti quello si andrà a realizzare.

Mi piace molto questa frase di Edoardo Galeano nel “Libro degli abbracci”, quelli che ora mancano e che anche nell’immagine visiva sono uno dei simboli di questo progetto: “Ogni persona brilla di luce propria in mezzo a tutte le altre. Non esistono due fuochi uguali. Ci sono fuochi grandi e fuochi piccoli e fuochi di tutti i colori. C’è gente di fuoco sereno, che non si cura del vento, e gente di fuoco pazzo, che riempie l’aria di faville. Certi fuochi, fuochi sciocchi, non fanno lume né bruciano. Ma altri ardono la vita con tanta passione che non si può guardarli senza strizzare gli occhi; e chi si avvicina va in fiamme.“
Legami nutrienti, come tanti piccoli fuochi (camini) nelle case, accesi o che si accenderanno, che fanno luce e calore nelle famiglie, rendendole un porto sicuro, ma anche rischiarano dalle finestre le strade, riducono le paure ed il senso di solitudine.

 

* immagine di copertina tratta da percorsiconibambini.it/legamin

I partner di LEGAMI NUTRIENTI: ARS Associazione per la Ricerca Sociale; Associazione culturale Forza delle Idee; Associazione di volontariato Terra Libera Quarto; Azienda Sanitaria Locale Napoli 1 Centro, Azienda Sanitaria Locale Napoli 2 nord; CPIA Napoli Città 1; CISMAI – Coordinamento Italiano Dei Servizi Contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia; Fondazione Città Nuova; Comune di Quarto (Na);Federazione Italiana Medici Pediatri Provincia di Napoli; Istituto Comprensivo Statale “Don G. Russolillo” – Napoli; Istituto Giuseppe Toniolo di studi Superiori; Istituto Penale per Minorenni di Nisida; Riflessi S.R.L.; Università degli studi di Napoli Federico II – Dipartimento di Scienze Politiche.

Maggiori dettagli:  percorsiconibambini.it/?s=legami+nutrienti
Facebook: www.facebook.com/LegamiNutrienti

Ricordi Traumatici – Marinella Malacrea

Ricordi Traumatici – Marinella Malacrea

Vecchi dubbi, nuove certezze
Ricordi Traumatici - Vecchi dubbi, nuove certezze

CONSIGLI DI LETTURA

Periodicamente torna alla ribalta il problema dei falsi ricordi traumatici, specie quelli di abuso sessuale, in bambini e in adulti vittime nell’infanzia, e del potenziale di suggestione delle psicoterapie in proposito. Il mondo della psicologia giuridica e della psicologia clinica si trovano non raramente su fronti opposti e si corre il rischio che il diritto a essere curato confligga con il diritto ad avere giustizia, in quanto avere ricevuto cura minerebbe pregiudizialmente la credibilità dei racconti delle vittime. Da un lato gli psicologi giuridici continuano a produrre letteratura sul tema, raramente sottoponendo a vero vaglio critico i risultati sperimentali di induzione di falsi ricordi; dall’altro gli psicologi clinici si appoggiano alla percezione intuitiva della veridicità delle memorie dei loro pazienti e si trovano impreparati a dettagliarne scientificamente le ragioni. È necessario chiedersi se le conoscenze acquisite negli ultimi 20 anni sul funzionamento mentale post traumatico e sulle sue basi neurobiologiche possa oggi darci basi di pensiero più documentate in merito.

Il volume, edito Franco Angeli, propone un’accurata e ragionata revisione bibliografica dei più recenti contributi della comunità scientifica internazionale sul tema della memoria traumatica, con l’esito confortante di una convergenza sostanziale di orientamenti, sempre più sostenuti su base neurobiologica. Vuole quindi essere un contributo significativo di conoscenza innanzitutto per le professioni di cura rivolte ai pazienti vittime di traumi complessi, ma anche per chi, con competenze psicologiche, si occupa di queste tematiche in ambito giuridico.

Prefazione di Luigi Cancrini.

L’autore

Marinella Malacrea, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, è terapeuta e supervisore EMDR. Dal 1980 si è occupata, come terapeuta e formatore, di abuso all’infanzia, specie sessuale, collaborando prima con il CbM (Centro per il Bambino Maltrattato) di Milano e poi con il Centro TIAMA (Centro per i Traumi dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Maltrattamenti e Abusi) di Milano. È socio fondatore del CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia) e fa parte del suo Comitato Scientifico. È autrice di Segreti di famiglia (con Alessandro Vassalli, 1990), Trauma e riparazione (1998), Bambini abusati (con Silvia Lorenzini, 2002), Curare i bambini abusati (a cura di, 2018).

Care leavers. Quando diventi grande dove vai?

Care leavers. Quando diventi grande dove vai?

Care leavers / L’esperienza di Agevolando. Quando diventi grande dove vai? Un progetto e una ricerca a Bergamo.

A gennaio 2020 è iniziata la collaborazione dell’Associazione Agevolando con il progetto “Quando diventi grande dove vai?”.
Questa progettazione di realtà del sociale bergamasche verte sulla volontà di comprendere il fenomeno dei care leaver sul proprio territorio, i bisogni emersi ed emergenti, con lo scopo, una volta avuta una lettura del contesto, di poter creare attività ed interventi di risposta ad Hoc.
 
Le realtà responsabili del progetto hanno richiesto la collaborazione di Agevolando sia nella fase di ricerca, che andasse a rilevare le macro caratteristiche del fenomeno, sia nella fase di rielaborazione dei dati, in modo da pensare, successivamente, a proposte di azioni sul territorio coerenti con i risultati emersi dall’indagine.
 
La ricerca è stata pensata in due fasi, una più quantitativa e, una seconda, più qualitativa.
Nella prima fase è stato chiesto ai ragazzi care leaver, conosciuti dalle realtà del territorio, di partecipare all’indagine nazionale promossa da Agevolando e Università di Padova con il duplice scopo di vedere similitudini e peculiarità dei ragazzi di questo territorio.
All’indagine hanno risposto 81 ragazzi, una quantità più che soddisfacente dato anche che il questionario è stato proposto durante il periodo di lockdown, particolarmente duro nel territorio bergamasco.

I dati sono stati poi rielaborati dal gruppo di lavoro che ha discusso insieme riguardo quali fossero i dati di maggior interesse per il territorio e per la formulazione di progettazioni future.

Tra tutti i dati e i risultati della ricerca due sono stati i dati che mi hanno particolarmente colpito riguardo i ragazzi che hanno partecipato alla ricerca:

  • la fiducia verso il futuro e la speranza concreta verso ciò che potrà essere;
  • l’importanza e l’apprezzamento nei confronti delle relazioni e dei rapporti interpersonali.
Nella ricerca è intatti quanto mai evidente che, nonostante il passato difficile e tormentato, siano grosse le aspettative nei confronti del futuro che vogliono costruire e nel quale credono di poter creare progetti familiari e professionali miglior di quelle che hanno vissuto nella loro famiglia.
Per ciò che concerne invece il secondo punto, emerge in maniera molto chiara come siano le relazioni il fulcro del presente e anche delle aspettative future. I rapporti umani più importanti sono per gli intervistati quelli  con i propri educatori, con i ragazzi conosciuti nel proprio percorso di accoglienza e, soprattutto nel caso dei minori stranieri non accompagnati, anche con la famiglia di origine.
Infatti anche il rapporto con la famiglia di origine risulta un nodo molto critico ma sul quale anche ideare e pensare ad interventi ad hoc perchè di forte interesse per i ragazzi e forse talvolta poco trattato, in maniera organica ed integrata.
 
Per quanto riguarda la parte più qualitativa della ricerca, l’idea formulata voleva provare a stimolare i ragazzi a partecipare al “Museo” dei care leaver che è stato creato da Agevolando sulla piattaforma europea www.careleavernetwork.eu.
Si voleva proporre ai ragazzi di presentare immagini, oggetti e suggestioni che raccontassero la loro storia, con poi l’obiettivo di stampare i simboli scelti dai ragazzi e creare una mostra all’ingresso del convegno di restituzione svoltosi ad ottobre. Purtroppo, visto il riaggravarsi della situazione sanitaria è stato necessario svolgere il convegno di presentazione dell’indagine in remoto.
 
In data 30 ottobre è stata svolta la giornata di presentazione online, registrata poi ed archiviata sul canale Youtube delle realtà coinvolte. La presentazione è stata, anche se in digitale, una preziosa occasione di confronto che certamente farà da base a future progettazioni con lo scopo di migliorare la qualità della vita e l’autonomia dei care leaver e anche, probabilmente, per creare un primo gruppo di Agevolando su questo territorio.
 

Sara Santi
pedagogista,
Responsabile Sportello del neomaggiorenne di Milano

L’indagine è stata promossa dal Coordinamento provinciale delle Comunità alloggio e Reti familiari della provincia di Bergamo, grazie al contributo di Fondazione della Comunità Bergamasca e alla consulenza dell’associazione Agevolando.

Crediti. Associazione Agevolando: LINK

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