Criteri e metodologie d’intervento per la tutela dei minorenni nelle separazioni gravemente conflittuali

Dal 7 all’11 giugno scorsi si è svolto a Milano il Congresso Europeo ISPCAN organizzato insieme a CISMAI e Università degli Studi di Milano-Bicocca sul tema del maltrattamento e abuso all’infanzia in tutte le sue forme.

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La dott.ssa Monica Micheli, già vice presidente del CISMAI, ha presentato il Documento “Criteri e metodologie d’intervento per la tutela dei minorenni nelle separazioni gravemente conflittuali”, frutto del lavoro recente di un’apposita Commissione Scientifica dell’associazione.  

Il documento è liberamente scaricabile sul sito del Cismai (nella sezione “Linee di indirizzo”) e si compone di sei punti: definizione, differenza tra conflitto e violenza, contesto giudiziario, lavoro di presa in carico e cura, bambini che rifiutano di vedere un genitore e prevenzione.

Criteri e parametri

Il focus dell’elaborato è  posto su quelle situazioni di separazione “gravemente conflittuali” che, “cronicizzandosi nel tempo” con “drammatici contenziosi giuridici”, mettono a rischio i normali processi di sviluppo dei figli coinvolti. Situazioni che vanno attentamente differenziate da quelle in cui è presente violenza, che richiedono modalità di intervento completamente diverse.

  • QUATTRO SONO I PARAMETRI i parametri diagnostici individuati dalla Commissione: intensità, durata, rigidità e impermeabilità agli interventi clinici e sociali;
  • DUE I CRITERI prognostici di gravità: la capacità degli adulti di riflettere sui propri comportamenti anziché concentrarsi costantemente sui comportamenti dell’altro e la capacità di vedere il disagio dei figli.

L’alta conflittualità
come indicatore

Un primo passo per poter intervenire in queste situazioni è pensare all’alta conflittualità come un indicatore, un sintomo di altro, per esempio dell’impossibilità di separarsi. L’effetto paradossale del conflitto è infatti il mantenimento del legame e  si può quindi ipotizzare che queste coppie vivano all’interno di un processo di lutto bloccato nella fase della protesta, dove la rabbia sarebbe funzionale a non accedere alla sofferenza e al non poter lasciar andare l’altro, accettando che il legame si sciolga.

In quest’ottica, l’intervento clinico deve guadagnarsi un maggiore spazio rispetto all’intervento giudiziario. Il tribunale diventa infatti spesso il palcoscenico principale del conflitto col rischio che proprio intorno alle diverse azioni giudiziarie il conflitto invece si cristallizzi in un’escalation difficile da arrestare.

Multidisciplinarità
dell’intervento

Il lavoro clinico di intervento deve essere multidisciplinare: sociale, educativo e psicologico; il rischio in queste situazioni è però che anche gli operatori si schierino, riproducendo il gioco di alleanze della coppia. La rete deve imparare a riconoscere questa dinamica e a entrare in una logica collaborativa anziché competitiva.

L’intervento di cura deve essere diretto ai figli e ai genitori, e per quanto riguarda i figli va effettuata un’attenta valutazione dei loro danni e delle modalità adattative utilizzate, con l’obiettivo di rafforzare le loro risorse e minimizzare i danni.

Una delle possibili modalità adattative dei bambini è il rifiuto di vedere un genitore. Il rifiuto va sempre ascoltato e approfondito e può essere espressione dell’alleanza con il genitore percepito come più fragile, o esprimere la disperazione del non avere accesso a entrambi, ma a volte può anche essere una difesa verso un genitore più sintonizzato sui propri bisogni che su quelli del figlio, che sentendosi “non visto” tende ad allontanarsi.

Un’attenta opera
di costruzione di senso

In queste situazioni, è importante porsi molte domande: quali sono le condizioni perché un figlio sceglie un genitore e non l’altro? quali sono i comportamenti di entrambi i genitori che favoriscono questo schieramento? quali sono le emozioni prevalenti e come si può riattivare questa relazione tra  genitore e figlio? gli spazi protetti bastano per questa riattivazione? Nessuna situazione è uguale all’altra ed in ognuna bisogna lavorare a un’attenta opera di costruzione di senso.

Rispetto alla coppia genitoriale, gli obiettivi del trattamento sono quelli di portare il sistema a una maggiore flessibilità, ampliare la collaborazione anziché la competizione, favorire la ripresa del processo di lutto e creare  connessioni trigenerazionali tra le proprie difficoltà attuali e le pregresse esperienze infantili; l’obiettivo ultimo del trattamento, sia pure molto ambizioso, è poter accedere al positivo dell’altro. Un aspetto particolarmente importante per i figli, perché si alleggeriscano delle proiezioni negative che ogni genitore sposta su di loro, delle parti inaccettabili del partner.

Per riuscirsi la dimensione clinica deve salvaguardare la sua specificità e non appiattirsi sulla dimensione giudiziaria, in una dimensione che privilegi la cura e non la sanzione.

Prevenzione

L’ultimo punto del documento è quello della prevenzione, ossia il trovare dei modi in cui si possa diffondere una reale cultura della bigenitorialità, non più ridotta alla divisione esatta a metà del tempo da passare insieme al figlio, ma basata invece sul diritto di ogni figlio a mantenere una relazione significativa con entrambi i genitori, indipendentemente dalle vicende coniugali che la coppia attraversa.

L’intervento della Dott.ssa Micheli, vivamente apprezzato dalla platea internazionale presente, è stato infine arricchito dalla proiezione di spezzoni di film sul tema, fra cui segnaliamo in particolare “Storia di un matrimonio” con i bravissimi Adam Driver e Scarlett Johansson e “Nessuno si salva da solo” di Sergio Castellitto.

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